martedì, novembre 21, 2006

Tempus fugit ancora, o la mia cena dei coscritti


Non so quanti casi ti spostano in giro per il mondo. Gli studi. Gli amici. La sfiga. Il lavoro. Le donne. La famiglia. La malattia. La naja. Il culo. Ti accorgi che negli ultimi dieci o quindici anni ne hai viste di cose, di cartoncini delle probabilità e degli imprevisti ne hai pescati tanti e differenti. E magari hai perso di vista tutto quel piccolo mondo fatto di maestre e merendine, cartoni animati pomeridiani, calippi alla cocacola e palloni da calcio incastrati sotto le marmitte delle 127. Quel mondo fatto di bambini che hai conosciuto bambini; quelle piccole persone che sono state tra le prime a formare la tua idea di "società".

Poi, arriva la cena dei "coscritti", del 1976.

Trentanni. Trenta. Anni.

Tra le prime chiacchere con quelli con cui hai più (o ancora) confidenza volano gli sguardi incuriositi. Sguardi a cercare visi,
segni su quei visi stranieri che ti ricordino quei bambini che hai conosciuto, anche tu bambino. Cercare le risate e i pianti, gli
scherzi, le prime cose imparate. Il compagno di banco con cui hai condiviso i pensierini da fare a casa per punizione. La bambina mora che aveva difficoltà a parlare. Quello che a calcio era un dio, che adesso fa l'assicuratore. Quella che è svenuta durante l'interrogazione d'italiano, per l'emozione, che adesso fa l'infermiera professionale. Il buffone della classe, che ancora non perde occasione per mettersi in boxer e mostrare il culo. Vedi la ragazzina che per prima t'ha detto ti amo - con un'onestà che va quasi oltre il significato del gesto - , passata attraverso una splendida adolescenza, adesso mamma con qualche chilo in più, ma un sorriso ancora luminoso. Vedi volti segnati da momenti difficili e scelte sbagliate, capelli diradati, sorrisi abbozzati, ricordi fattisi incasinati e distanti. Pensi a loro come specchi dei giorni che non ti sei accorto passavano; mentre ti ritrovavi ad avere una birra preferita, a farti la barba, al tuo primo bacio e al tuo primo addio, loro facevano le stesse cose.

E adesso li ritrovi qui, una sera, e ti rendi conto di quanto segnano il tempo; ti rendi conto che le loro, le persone, sono gli orologi della vita.

Trentanni. Strade che sono corse parallele, incontrandosi per qualche attimo, e poi via oltre, come una marcia spanata che entra un attimo dopo di quello che ti aspetteresti.

Alla fine della serata, tra le nebbie del prosecco, della birra e dell'absolute tonic, tra la stupida musica revival e i saluti imbarazzati ma affettuosi, resta una sensazione strana. Ti pare come una tenera nostalgia di un posto in cui avresti voluto essere, ma a cui non sei mai arrivato. Perchè sei stato in altri posti.