giovedì, maggio 11, 2006

Due di passaggio

La notte dopo la notte pareva più lunga, minuti trascinati come una specie di scia.
Sopra al comodino, una rivista speculava sulla morte di Lady D a Parigi. In un tunnel. Un passaggio mai riuscito. Due punti mai congiunti.
Una bottiglia di gin raccoglieva polvere in un angolo.
"Ho la nausea. No, non la nausea: una specie di nausea." aveva detto lei, dirigendosi verso il bagno.
Lui rimase in silenzio. Si alzò, e fece una mezza dozzina di passi dentro la stanza del motel. Era un postaccio di quart'ordine, in una periferia in cui tutti passano per andare in altri luoghi. Nessuno si fermava lì. Eppure gli sembrava d'intuire, nelle pareti stanche e prive di quadri, le parole incrostate dei suoi predecessori.
Accese la televisione, per scoprire che la ricezione era pessima. Tra lo statico, riuscì a riconoscere un film coreano visto anni prima. Al termine del film, il protagonista scalava un monte con una statua di pietra legata alla schiena, e la lasciava sulla sommità. Lui ripensava a quanto importanti fossero le pietre, in quel film, e come importante fosse il modo in cui venivano abbandonate.
Lei tornò. Aveva un'espressione astratta, in parte imbronciata.
"Domani parto." disse, ma sembrava più che altro un'osservazione.
"Lo immaginavo."
"La prossima volta sceglierò qualcosa di più economico."
"Immagino tu non ti riferisca al motel."
"Già."
I loro sguardi erano paralleli, sullo schermo della tv a 20 pollici.
"Perchè quel tizio porta su la statua?" chiese lei, dopo qualche silenzio.
"Perchè prima lui è stato quella pietra, forse."
"Ah."
"E solo adesso può portarla sulla montagna. Lasciarla lì, essere qualcos'altro."
La stanza tremò per qualche secondo; fuori, sferragliando, un treno attraversava anche quella notte dopo la notte.

mercoledì, maggio 10, 2006

David Gray, momenti al rallentatore

Mr.White ascolta con fare distaccato ma non troppo "Life in slow motion", di David Gray. Che forse non sarà bello come il precededente "White Ladder", ma si porta dietro un carico di sospensione, di riflessività, un gocciolare di note che lasciano una piacevole eco in chi ascolta. Almeno se chi ascolta è nella giusta predisposizione.

While I was watching you did a slow dissolve
While I was watching you did a slow dissolve
While I was watching you did a slow dissolve

Did I imagine or do the walls have eyes
Did I imagine they held us hypnotized
Did I imagine or do the walls have eyes

Life in slow motion somehow it don’t feel real
Life in slow motion somehow it don’t feel real
Life in slow motion somehow it don’t feel real
Snowflakes are falling I'll catch them in my hands
Snowflakes are falling I'll catch them in my hands
Snowflakes are falling now you’re my long lost friend

["Slow Motion", David Gray]

martedì, maggio 09, 2006

Mr.White è morto

Piove, in modo ipnotico.

Mentre fisso il mio riflesso sulla finestra, penso che il poco che filtra attraverso un blog ci fa sembrare incoerenti, discontinui, più irreali di quello che siamo. Mi torna in mente la storia dell'elefante e dei ciechi contenuta nell'Udana IV del Canone Buddista.

C'era una volta un re che ordinò al suo ministro: «Riunisci in piazza tutti gli uomini del regno, che sono ciechi fin dalla nascita!». Il ministro eseguì e il re si recò sulla piazza, dov'erano riuniti i ciechi, quindi chiamò l'elefantiere, e disse: «Questo è l'elefante!». E fece toccare ad alcuni ciechi la testa, ad altri le orecchie, ad altri le zanne, ad altri la proboscide, ad altri il ventre, ad altri le gambe, ad altri il dietro, ad altri il membro, ad altri la coda; sempre a tutti dicendo: «Questo è l'elefante!».

Poi il re si accostò ai ciechi e chiese loro se avessero toccato l'elefante. «Sì, Maestà!» risposero. «Allora ditemi a che cosa rassomiglia». E i ciechi cominciarono a descrivere a modo loro l'elefante.

Quelli che avevano toccato la testa dissero che rassomigliava a una caldaia. Quelli che avevano toccato le orecchie dissero che rassomigliava ad un ventilabro. Quelli che avevano toccato le zanne che rassomigliava ad un vomere. Quelli che avevano toccato la proboscide che rassomigliava ad un manico d'aratro. Quelli che avevano toccato il ventre dissero che rassomigliava ad un granaio. Quelli che avevano toccato le gambe, dissero che rassomigliava a colonne. Quelli che avevano toccato il dietro, dissero che rassomigliava ad un mortaio. Quelli che avevano toccato il membro, dissero che rassomigliava ad un pestello. Quelli che avevano toccato la coda, dissero che rassomigliava ad uno scacciamosche.

E, siccome ognuno sosteneva la sua opinione, cominciarono a discutere e finirono con l'accapigliarsi e percuotersi, gridando: «L'elefante rassomiglia a questo, non a quello! Non rassomiglia a questo, rassomiglia a quello!». E il re si divertì a quella zuffa.

Assomigliare a una moltitudine di cose contrastanti, senza continuità. Sono lo stesso che qualche giorno fa scriveva di libri e film, anche se scrivo di destinazioni perse e pioggia ininterrotta. Ma chi legge il blog non ha tutti gli elementi di giudizio necessari alla comprensione; piuttosto interpreta quello che l'autore gli dà in pasto, mentre questi costruisce il proprio personaggio. Mr.White non è Alberto, ne è un aspetto. Ma se fosse vero anche il viceversa? Potrei essere, in alterni momenti, più Mr. White che Alberto. Torna in mente il discorso su Superman fatto da Bill alla fine di Kill Bill Vol.2.

Credo che la discontinuità del mio raccontare - nei tempi, nei temi - rappresenti in parte il continuo cambiamento di mè stesso. Non è semplice pigrizia: non riesco ad essere uguale a mè stesso, riconosco alla continuità solo lo spazio per una stratificazione interiore di cose che imparo.
Resta da capire se questa stratificazione di esperienze sia realmente mia, se mi componga in qualche modo. Perchè se ciò fosse, alcuni problemi dovrebbero essere risolti una volta per sempre, quando invece paiono ripresentare ciclicamente il proprio dazio (una volta scrissi su un foglietto "E se chi scrisse "Sbagliando s'impara" si fosse sbagliato?"). La nostra storia è solo un insieme di giorni, situazioni e nozioni? O c'è qualcos'altro?
Pirandello vedeva poche via d'uscita (forse solo due, la morte e la lucida follia) al problema dell'identità e delle maschere che indossiamo (o che ci fanno indossare): forse il nostro desiderio di distruggere parte di noi stessi, di cambiarci, è sinonimo di desiderio di essenzialità, di semplificazione, di verità.

domenica, maggio 07, 2006

Ad un tratto.

Credevo di stare andando da qualche parte, e invece mi sono perso.
Appena me ne sono reso conto è svanita, come luce che si spegne in una stanza, la coscienza di dove stessi andando. E' rimasta, poi, solamente la consapevolezza dell'azione anteriore, e la sensazione di smarrimento.