martedì, maggio 09, 2006

Mr.White è morto

Piove, in modo ipnotico.

Mentre fisso il mio riflesso sulla finestra, penso che il poco che filtra attraverso un blog ci fa sembrare incoerenti, discontinui, più irreali di quello che siamo. Mi torna in mente la storia dell'elefante e dei ciechi contenuta nell'Udana IV del Canone Buddista.

C'era una volta un re che ordinò al suo ministro: «Riunisci in piazza tutti gli uomini del regno, che sono ciechi fin dalla nascita!». Il ministro eseguì e il re si recò sulla piazza, dov'erano riuniti i ciechi, quindi chiamò l'elefantiere, e disse: «Questo è l'elefante!». E fece toccare ad alcuni ciechi la testa, ad altri le orecchie, ad altri le zanne, ad altri la proboscide, ad altri il ventre, ad altri le gambe, ad altri il dietro, ad altri il membro, ad altri la coda; sempre a tutti dicendo: «Questo è l'elefante!».

Poi il re si accostò ai ciechi e chiese loro se avessero toccato l'elefante. «Sì, Maestà!» risposero. «Allora ditemi a che cosa rassomiglia». E i ciechi cominciarono a descrivere a modo loro l'elefante.

Quelli che avevano toccato la testa dissero che rassomigliava a una caldaia. Quelli che avevano toccato le orecchie dissero che rassomigliava ad un ventilabro. Quelli che avevano toccato le zanne che rassomigliava ad un vomere. Quelli che avevano toccato la proboscide che rassomigliava ad un manico d'aratro. Quelli che avevano toccato il ventre dissero che rassomigliava ad un granaio. Quelli che avevano toccato le gambe, dissero che rassomigliava a colonne. Quelli che avevano toccato il dietro, dissero che rassomigliava ad un mortaio. Quelli che avevano toccato il membro, dissero che rassomigliava ad un pestello. Quelli che avevano toccato la coda, dissero che rassomigliava ad uno scacciamosche.

E, siccome ognuno sosteneva la sua opinione, cominciarono a discutere e finirono con l'accapigliarsi e percuotersi, gridando: «L'elefante rassomiglia a questo, non a quello! Non rassomiglia a questo, rassomiglia a quello!». E il re si divertì a quella zuffa.

Assomigliare a una moltitudine di cose contrastanti, senza continuità. Sono lo stesso che qualche giorno fa scriveva di libri e film, anche se scrivo di destinazioni perse e pioggia ininterrotta. Ma chi legge il blog non ha tutti gli elementi di giudizio necessari alla comprensione; piuttosto interpreta quello che l'autore gli dà in pasto, mentre questi costruisce il proprio personaggio. Mr.White non è Alberto, ne è un aspetto. Ma se fosse vero anche il viceversa? Potrei essere, in alterni momenti, più Mr. White che Alberto. Torna in mente il discorso su Superman fatto da Bill alla fine di Kill Bill Vol.2.

Credo che la discontinuità del mio raccontare - nei tempi, nei temi - rappresenti in parte il continuo cambiamento di mè stesso. Non è semplice pigrizia: non riesco ad essere uguale a mè stesso, riconosco alla continuità solo lo spazio per una stratificazione interiore di cose che imparo.
Resta da capire se questa stratificazione di esperienze sia realmente mia, se mi componga in qualche modo. Perchè se ciò fosse, alcuni problemi dovrebbero essere risolti una volta per sempre, quando invece paiono ripresentare ciclicamente il proprio dazio (una volta scrissi su un foglietto "E se chi scrisse "Sbagliando s'impara" si fosse sbagliato?"). La nostra storia è solo un insieme di giorni, situazioni e nozioni? O c'è qualcos'altro?
Pirandello vedeva poche via d'uscita (forse solo due, la morte e la lucida follia) al problema dell'identità e delle maschere che indossiamo (o che ci fanno indossare): forse il nostro desiderio di distruggere parte di noi stessi, di cambiarci, è sinonimo di desiderio di essenzialità, di semplificazione, di verità.