martedì, maggio 16, 2006

Cani randagi

"Scrivere, scrivere, scrivere. In quei giorni non riuscivo a pensare ad altro."
"Ti sei mai chiesto il perchè?"
"Non in quei momenti. Non ne avevo il tempo."
"Capisco."
"Avevo l'impressione che se tutte quelle parole scorressero come un torrente di fronte alla mia mente. Se mi fossi fermato, il torrente avrebbe potuto prosciugarsi, lasciandomi a graffiare il letto secco e sassoso."
"E che ti risposero, alla fine?"
"Che era un'idea meravigliosa. Ma che non avrebbe mai funzionato."
"Ahi."
"E pensare che quello che avevo passato mi sembrava accaduto esattamente per poterne scrivere."
"Forse è andata nel modo più giusto. Forse la cosa migliore è fare e dimenticare."
"Cioè?"
"Un tempo credevo che le mie idee fossero frutto della mia -non ridere- anima. Testimonianza del mio ruolo di creatore. Una cosa mia."
"Cosa ti fece cambiare idea?"
"Lessi una storia che avevo pensato anch'io. Non con le stesse parole, ma con lo stesso concetto. Era sorprendente quanto simile fosse. Se mai ne avessi parlato con qualcuno, lo avrei accusato di furto, o plagio."
"Tutto qui?"
"No. Dopo la sorpresa, passai più tempo ad osservarmi. Mi accorsi che le idee si rincorrevano come cani randagi. Un circolare costante, un brusio inarrestabile. Qualcuno lo definirebbe dialogo interiore: ma era piuttosto un brusio da birreria."
"A proposito, altro giro?"
"Si."
"Continua."
"Allora, mi sono distanziato dalle mie idee. Le ho lasciate circolare, ma mi sono spostato dalla circonferenza al centro. Le ho guardate continuare la loro corsa. Erano indipendenti da me. Potevo guardarle senza paura, nè timore: non erano mai state mie, in senso assoluto. Non più di quanto possa essere tua un'orchidea, o la sua bellezza."
"Vorresti dire che non siamo le nostre idee? Nè la loro somma?"
"Certo che non lo siamo. Siamo molto di più."