mercoledì, marzo 30, 2005

Libero arbitrio

Uno, due, tre. Difficile. E' così difficile ricordare - mettere in ordine i pezzi, uno, due, tre, o un altro qualsiasi ordine ... ricordare cosa ci fosse prima dell'incidente. E' come se ci fosse una coltre di fumo a rendere indistinta ogni forma, nella tua memoria; il tuo passato è solo una macchia d'un grigio impastato, polaroid sfuocata, stampa sbiancata.
Ti hanno rinchiuso qui, all'Ospedale di Santa ******, e non ti lasciano ancora uscire. Dicono che potrai andartene quando avrai fatto quello che devi, quando avrai imparato a riprendere il tuo posto. Respirare, camminare, mangiare. Tutto come si deve, ma nel frattempo i giorni gocciolano uno sull'altro, indifferenti.

Uno, due, tre.
L'Ospedale di Santa ***** pare enorme, visto dalla finestra, ma ti permettono di girare solo in due o tre stanze. La stanza dove dormi. Il bagno. La stanza dove fai gli esercizi di riabilitazione. Pochi ambienti spogli d'ogni arredamento, dice il dottore con un'espressione fissa e compassata, per riabilitare lentamente il cervello alle cose semplici. Niente sforzi eccessivi.
Di certo, guardare fuori dalla finestra tutto il giorno non è uno sforzo troppo impegnativo per la tua mente bambina: fuori il panorama sembra sempre lo stesso, poche nuvole tonde su cielo slavato, il profilo geometrico dell'ospedale a nascondere il resto. Di notte, non hai idea di cosa ci sia oltre la finestra. Le tapparelle sono sempre abbassate.

Uno, due, tre. L'infermiera che ti aiuta nella fisioterapia ti sta abbastanza simpatica. Ha un sorriso un pò formale - e distaccato - ma ha una gran pazienza nel farti ripetere gli esercizi. Alzarsi. Camminare. Sedersi. Poche cose, semplici; ma ,dopo l'incidente, ogni movimento ti sembra innaturale, impacciato, poco fluido. Non che tu abbia ricordi di come dovrebbe essere: più che altro, immagini. Immagini altri modi di muoversi, altri posti dove essere. Oltre a questo, se non altro, passi un pò di tempo con la bella infermiera.

Uno, due, tre. La notte non riesci a dormire, di solito. Forse ricordi sbrindellati s'affacciano alla coscienza, fluttuando come bolle di sapone. Ma infine sembrano solo illusioni, memorie di qualcun'altro; allora conti le pecore per prendere sonno, e di solito ci riesci.

Uno, due, tre. Ma stanotte, no. Insonnia, inquietudine. Ti alzi, cammini con poca grazia fino alla tapparella abbassata. La curiosità è quel poco di diverso dal solito che ti tiene sveglio. Sai che fuori è notte. Con un movimento discontinuo, apri la finestra. Ciò che vedi ha dell'impossibile. Illogico. Stupito, fai un mezzo balzo all'indietro, cadendo a terra senza provare dolore. Un rumore sordo accompagna la goffa caduta. In preda al panico, ti trascini fino al bagno e ti ci chiudi dentro.

Uno, due, tre. L'infermiera e il dottore bussano con gentilezza alla porta. Vogliono farti uscire. Dentro, barricato, riesci ad arrivare fino al lavandino. Fuori le voci, sono così sane. Così ragionevoli. Le voci di chi sa benissimo qual è il proprio posto. Ti alzi, sei di fronte allo specchio sul muro nudo. Cerchi qualcosa attorno al tuo corpo. Infine, appena traslucidi nel buio della stanza, li vedi. Il panorama che hai scorto dalla finestra acquista ora un suo senso.

Uno, due, tre. Voci ragionevoli ti chiamano, ti dicono che tutto va bene. Che ritroverai il tuo posto.

Uno, due, tre. Ma sai perchè il paesaggio notturno che hai visto è lo stesso diurno, entrambi stilizzati. E sai cosa vedi nello specchio, attaccati alla tua testa, alle tue gambe, alle tue braccia, alle tue mani.

Fili, fili trasparenti che piovono dritti dall'alto.