giovedì, febbraio 03, 2005

Berlusconi Baywatch

Roma, 3 feb. (Adnkronos) - Era l'estate del 1968, sera tardi. E Silivio Berlusconi, appena laureato, e in vacanza a Portofino, passeggiava per il lungomare del borgo ligure, quando senti' qualcuno che gridava, chiedendo aiuto. Era un uomo che stava cercando di scaricare dalla sua barca il corpo esanime di un giovane. Il futuro premier entro' immediatamente in azione e sceso dalla banchina con una particolare tecnica rianimo' il ragazzo, un pittore parigino 24enne, di nome Christian Marcel P. che si era gettato da una scogliera per una delusione d'amore.

Quale "tecnica particolare" avrà mai usato il Cavaliere per la rianimazione? Qualche canzone del suo repertorio? Una barzelletta (Quanti comunisti servono per attaccare una lampadina?)? Una tangente? Il Colpo Segreto della Scuola di Hokuto?

[Dispaccio di ADNKronos]

Google dormi sogni tranquilli

Il motore di ricerca di Microsoft - che stando alle aspettative dovrebbe rivaleggiare con google - non riesce a indicizzare correttamente questo blog. Di fatto, la cosa più vicina ad un risultato corretto che dà è un riferimento al mio vecchio indirizzo su Splinder... O_ò

Google invece fa il suo lavoro, e nel frattempo si lancia in nuove possibilità...

Quoque tu, Fonzie!

Compie oggi 30 anni una serie cult per gli amanti della Tv americana, Happy Days. Alla radio intervistano Henry Winkler, meglio noto in ogni angolo della galassia per aver interpretato Fonzie; pare che adesso sia produttore televisivo e (toh!) scrittore. Al di là delle solite considerazioni sullo scorrere della vita e relative vicissitudini, l'intervistatore caccia un paio di domande piuttosto azzeccate, riguardanti ad esempio il ruolo ricreativo di Happy Days in una società - come quella americana degli anni '70 - che si confrontava con il primo infrangersi dei propri "ideali istituzionali" (vedi la guerra, la droga, etc.). Nel bel mezzo di tali alti discorsi, Winlker non ha potuto fare a meno di interrompere per dichiarare:

innanzittutto, mi lasci dire che è un immenso piacere poter parlare con voi italiani [...] in Italia ho consumato il miglior pranzo della mia vita, in una piccola trattoria che...

Giuro che l'istinto è stato quello di prendere a craniate la radio. Possibile che QUALSIASI STRANIERO VENGA INTERVISTATO deve sempre - SEMPRE! - dilungarsi in elogi della nostra cucina? Sappiamo che tutti gli altri a confronto mangiano copertoni di camion conditi con olio industriale. Possiamo archiviare questo stereotipo, almeno per un pò? Ecche...

Scusate lo sfogo.

L'abito fa il blog?

Stasera Mary la scribacchina mi faceva notare - non senza una certa eleganza - che, nello scrivere i miei farfugliamenti, ho cannato l'ennesimo termine straniero (per i curiosi, nello specifico avevo scritto qui coup de théâtre senza l'h e senza gli accenti giusti). Per la cronaca, l'altro che sbagliai era un termine spagnolo in un post sulla traduzione errata dei titoli cinematografici (ironia come se piovesse, eh?).

Il primo istinto, oltre che la gratitudine verso chi traduce e corregge per mestiere come Mary, è stato quello di correggere gli errori. Ma, mentre lo facevo, mi rendevo conto che qualcosa non era completamente a posto: lo spirito con cui scrivo in questo blog, e il senso di quella correzione. Da un lato, sono un tipo piuttosto precisino, mi piace scrivere e curare tanto la forma quanto il contenuto; per inciso, scrivo e correggo anche sul lavoro (robaccia marketing, solo saltuariamente "operativa") e sono abituato a sviscerare il testo, spesso semplificandolo all'eccesso a uso e consumo persino di un morto vivente.

E qui, mi chiedevo mentre correggevo l'errore riportato da Mary, qual è il senso di questa scrittura? Uso il blog principalmente come blocco d'appunti online, nel quale segnarsi brani, immagini imprecise, ispirazioni, poco più. Mi piace l'idea di poter scarabocchiare parole e concetti senza approfondirli troppo, senza definirli chiudendomi strade che potrò seguire poi. Una serie di schizzi di quella che è la mia scrittura personale, che curo molto di più, quasi maniacalmente. Alcuni miei racconti (di una decina di pagine) credo di averli riletti qualcosa come venti o trenta volte, fino a quando non ero - ahimè, sempre temporaneamente - soddisfatto del risultato. Qui non dedico mai tanto sforzo. E' una scrittura di getto, semiquotidiana, lasciata lì tra un impegno e l'altro. E' giusto, quindi, correggere qualcosa dopo uno o due giorni che è stata scritta? Non rappresenta, con tutte le sue sbavature, una specie di genuinità?

Credo che, da un lato, sia necessario mantenere una certa correttezza formale, che è sinonimo del rispetto dello scrittore per il lettore. D'altro canto, credo che anche gli errori dicano qualcosa di chi scrive (nello specifico: non conosco minimamente il francese, bien sur).

Rimane - per me, sicuro - un dubbio aperto. Sconsolato, non mi resta che sperare che quel poco che emerge dalla sostanza argini le notevoli falle della forma.

martedì, febbraio 01, 2005

Mal comune, mezzo gaudio?

Di solito, persone che convidono degli aspetti del proprio carattere vanno più facilmente d'accordo. Per comunanza del sentire, forse. Ma è possibile andare d'accordo - star bene - con una persona con cui condividi un aspetto negativo, del genere un terribile caratteraccio?

Logopedia portami via

Ascoltavo stamattina, a Capital Tribune, l'ospite della settimana: Biscardi. E mi sono reso conto che, senza vederlo gesticolare come d'abitudine alla TV, la sua tipica parlata è comprensibiile più o meno come una lingua pre-babilonese in bocca ad un vichingo medievale.

lunedì, gennaio 31, 2005

Epifanie da salvadanaio

Tradizione vuole che la rivelazione sia quasi sempre legata all'istante, al fugace battito di ciglia, al pensiero che emerge nella coscienza con uno scatto da profondità insondabili. Tradizione senza dubbio d'origine letteraria - artistica, ma in maniera sottilmente e impercettibilmente razionale. Le coup de théâtre è affascinante, in quella sua subitaneità così facile da non richiedere ulteriore accettazione: è il disvelarsi di un fatto, uno schiaffo interruttore, il rumore d'un vetro che si frantuma, un orgasmo dell'anima.

Ma. Potrebbe. Non. Essere. Per. Forza. Così.

La rivelazione potrebbe anche essere un processo di accumulazione. Lento, continuo, costante. Un fiume carsico che scorre sotterraneo. Qualcosa che intuisci a tratti, che percepisci sempre nella coda dell'occhio, appena oltre il cono convesso e focalizzato della tua visione. La senti nell'acqua che segue il profilo del tuo corpo, mentre nuoti. La vedi nella luce che si spezza e moltiplica e fraziona passando attraverso una bottiglia. E' nelle parole di amici che tornano a casa in silenzio. E' nel ritardo degli autobus che ti danno il tempo di far caso alle danza del fumo d'una sigaretta. Nella voce di mio padre. Nell'amaro secco della birra.

Mi guardo la mano, curiosa medusa, radice antica arrivata da chissà dove. Ho un taglio su un dito. Alla radio passano Salty Dog, vecchio successo dei Procol Harum.
Penso che è una bella canzone e, mentre mi guardo il dito, penso anche che

la vita è una ferita che si rimargina