martedì, marzo 01, 2005

Scala irreale

"This is the third time; I hope good luck lies in odd numbers.... There is divinity in odd numbers, either in nativity, chance, or death."
William Shakespeare (1564 - 1616), "Le allegre comari di Windsor", Atto 5 scena 1

"Pochi lo capiscono, ma il poker è l'arte del capire i confini."

Questo mi aveva detto Augusto, immerso nel fumo di una Pall Mall che odorava di cartone e sabbia. Anni di bische buie nei retrobottega dei bar gli avevano ingiallito lo sguardo e i denti, lasciandolo amaro e disilluso come un soldato alla fine di una guerra persa, dimenticata. Confini, aveva detto, e sul momento non avevo capito: probabilmente ero tra quei tanti che non afferrano il concetto. All'epoca - e uso il termine epoca proprio perchè mi pare qualcosa di lontano, un universo guidato da altri paradigmi, beffeggiato da altre divinità - stavo ancora con Anna e, probabilmente, la mia vita scorreva così rapida che quei confini erano poco più che immagini subliminali sulla mia retina. Luce, colazione, lavoro, pranzo, riunione, lavoro, aperitivo con amici, cena con lei, cinema, sesso, sonno, buio notturno.

Ancora adesso, talvolta, mi dico che è giusto fosse così: le belle vite scorrono veloci, scrivono i loro bei ricordi, e lasciano cadaveri che non si decompongono, ma semplicemente scompaiono nel nulla. Le belle vite tornano nel vuoto sparendo, e non si lasciano dietro alcun dolore. Peccato che non lo sapessi a suo tempo, quando cominciai a giocare: in squallidi appartamenti di scapoli sciatti, nei casinò di quart'ordine sciamanti di nonnine drogate da slot-machine lucenti, nelle bettole. Ovunque, a inseguire quel limite.

Fino a perdermi in esso.

Esiste quel confine sottile, nel gioco d'azzardo. E' come il filo della lama di un rasoio: una retta ideale, monodimensionale, che potrebbe tagliare in due un blocco di granito, un diamante, una montagna, la Terra tutta, l'Universo in tutta la sua infinitezza, lo spirito di Buddha in tutta la sua imponenza.
Quella linea l'attraversi quando hai messo in gioco troppo, così tanto che non è più importante il fatto che tu vinca o perda. Sei già morto: la scelta di rischiare ti ha già portato oltre ogni cosa tu sia stato, vincente o perdente. Sei andato oltre lo scritto, in uno spazio bianco. Niente sarà più come prima, perchè ti sei perso in esso e - per un istante solo - sei diventato nulla.

Non le guardo neanche più, le carte da gioco, ormai. Non perchè ne sia spaventato o abbia rimpianti: perchè, semplicemente, non ne ho più bisogno. Superato il limite - e afferratolo - vedi il fluttuare delle probabilità in ogni cosa. Quante auto rosse passeranno di qui prima di mezzanotte? Quante persone saranno sedute di fronte a te, al cinema? Quante parole ti scriverà Anna, nella sua ultima lettera? L'eterno gioco non finisce mai, e forse per questo può non sembrar bello, o giusto.

4 Comments:

At 3:13 AM, Blogger Corinna said...

Bentornato, iniziavo a temere una nuova morte virtuale :)

 
At 4:27 AM, Blogger giacmc said...

Sì, ben tornato, e tornato nell'ottima forma.

 
At 10:44 AM, Blogger Mr.White said...

Eh, ottima forma.... Sto lavorando come un somaro bulgaro. Aggiungeteci corso di nuoto, corso di fotografia, e una caterva di altri impegni: capirete i motivi delle mie assenze.

(:

 
At 6:17 PM, Blogger maje said...

White, più amaro di Dostoevskj.. bentornato, stavo ai limiti della sopportazione.

 

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