venerdì, ottobre 29, 2004

La mala-traducìon

Tutti sono giustamente scandalizzati da come è stato massacrato il titolo dell'ultimo film interpretato da Jim Carrey e Kate Winslet, Eternal Sunshine of a Spotless Mind (titolo tratto da un verso di Alexander Pope, tradotto da Giuseppe Genna qui).

Effetivamente la traduzione è più che mai un ibrido obbrobrio tra marketing malcelato e scarsa originalita. Ma la tradizione dell'adattamento libero dei titoli, in Italia, è florida e famigerata, tanto più che gli esempi si sprecano: "La signora omicidi" (The ladykillers), "La donna che visse due volte" (Vertigo), "Prima ti sposo, poi ti rovino" (Intolerable cruelty), "L'amore tradotto" (Lost in translation), "Giovani, Carini e Disoccupati" (Reality bites) e via così.

Leggendo i commenti in giro mi viene in mente una perla simile dal mio passato di spettatore di horror-movies anni '80. Un vecchio film di Brian Yuzna - storia splatter-gore di una famiglia posseduta da schifose entità viscidose - era in origine intitolato Society. Il traduttore italiano, contrariamente ai suoi emuli di qui sopra, pensò bene di non arrogarsi il diritto di rovinare un tale afflato poetico; decise così di lasciare come titolo il semplice Society. Solo che ci dovette essere un problema di comunicazione con i responsabili dell'editing titoli, che riportarono "entrambe" le "versioni". Durante i titoli di testa si poteva quindi leggere, deliziati:


Society
(Society)


Primo e unico caso di titolo sottotitolato per non udenti.

Ciucciati il calzino, Babe Ruth

Dopo 86 anni, i Red Sox infrangono la maledizione di Babe Ruth e tornano a a vincere la World Series. Tutto può accadere, sul serio!

giovedì, ottobre 28, 2004

Felini replicanti



"State camminando e per strada vedete una tartaruga distesa sul dorso. Cosa fate?" Questa è una delle domande che il cacciatore di replicanti Deckard pone durante il test per distinguere un umano da un essere artificiale. Si presuppone che ci sia una sorta di rispetto, di empatia, per altre forme forme di vita; nel romanzo originale di Dick, gli animali "originali" - quei pochi sopravvissuti al degrado ecologico - sono considerati quasi sacri.

E noi, adesso, come risolviamo i problemi di salute che ci auto-procuriamo? Trasformando i gatti in sintogatti ipoallergenici.

La tortura è sempre quella degli altri

Amnesty accusa gli U.S.A di torture di guerra

The report -- "Human dignity denied: Torture and accountability in the 'war on terror"' -- urged Bush and Kerry to commit to opening an independent inquiry into all U.S. interrogation and detention policies.

"The core message of this report is that the prevention of torture and cruel, inhuman or degrading treatment is primarily a matter of political will," it said.

Amnesty also criticized a tendency in the U.S. to gloss over aspects of war and violence -- referring to torture and degrading treatment as "stress and duress" for example -- which it said threatened to promote tolerance of them.

"The human rights violations which the U.S. government has been so reluctant to call torture when committed by its own agents are annually described as such by the State Department when they occur in other countries," the report said.

mercoledì, ottobre 27, 2004

"Creativi" sanguisughe

Probabilmente ve ne siete già accorti, ma ultimamente pubblicitari e "creativi assortiti" hanno depredato continuamente la superba colonna sonora del tarantiniano Kill Bill. Esempi? Woo Hoo delle 5.6.7.8.'s, Bang Bang (non nella versione della Sinatra, ma tant'è), Battle without Honor or Humanity...Del resto l'avevano già fatto con le Iene e Pulp Fiction.

Non so voi, ma quando una canzone che mi piace diventa una hit da pubblicità, quasi automaticamente mi causa una certa insofferenza. Tra le ultime eclatanti, cito senza dubbio Are u gonna be my girl? dei Jet e Everybody's Changing dei Keane.

Già: sono decisamente uno snob.

Il Tempo, il Linguaggio, la Tequila di Caputo e gli Indiani Hopi

Abbiamo consapevolezza del tempo solo se abbiamo consapevolezza di un'azione. Provate a pensare al tempo e al suo fluire senza fare riferimento ad un'azione: impossibile, mi pare. La percezione della dimensione temporale si direbbe pesantemente influenzata dal nostro grado partecipazione all'azione che ne scatena la consapevolezza. Questo spiega la distanza dall'azione che avvertiamo quando - ad esempio - durante una riunione di lavoro ci coglie il classico pensiero del "Ma che ci faccio qui?". Una sorta di estraniazione dal flusso dell'azione, che comporta una similare estraniazione dal senso del tempo. E non mi riferisco alla semplice - e comprensibile - sensazione del "non passa"; l'estraniazione pare legata proprio al significato e al ritmo di movimento del tempo.

Questo pensavo oggi, durante una riunione di lavoro a Padova. Pensavo a questo e al fatto che da stamattina non riuscivo a togliermi dalla testa "Non bevo più Tequila", una canzone di Sergio Caputo di fine anni '80.

La luna piange in cinese nel vicolo
si prende a schiaffi in francese ed è ridicolo
una dentiera gigante mi insegue giù
fin dentro i fari accesi di un'automobile a cucù

Tequila... da quella volta che ho bevuto con te
non bevo più tequila
da quella notte che ho perduto te...


Surreale? Potevo lasciar perdere Caputo - anche se la canzone continuava a ronzarmi nel cranio come una mosca fastidiosa - ma quella strofa sul prendersi a schiaffi in francese mi ha causato uno di quei "momenti-satori" in cui ti viene da schiaffeggiarti la fronte e dire "Ecco, è così, così EVIDENTE!".

Premessa: il mio agire e pensare sono culturalmente condizionati. Nello specifico, il pensiero che ho costruito nel primo paragrafo di questo post è condizionato dal mio linguaggio, l'italiano, il quale a sua volta fa parte dei linguaggi occidentali Indo-Europei. Il mio modo d'esprimermi è condizionato dall'ambiente sociale, culturale e storico nel quale sono cresciuto; ma lo stesso pensiero utilizza come archittettura strutturale il linguaggio che ho ereditato da tale ambiente.

E' possibile "prendere a schiaffi in francese"? L'azione è legata al nostro modo di pensarla, e il nostro modo di pensare è legato al nostro linguaggio.

Ciò che mi ha "satorizzato" è stato un ricordo di un aneddoto riguardante la tribù degli indiani Hopi.

"La dimensione del pensiero per gli Hopi non possiede uno spazio immaginario. Il corollario a ciò è che è impossibile collocare un pensiero riguardante lo spazio reale in una dimensione che non sia quella reale; ed è altrettanto impossibile isolare lo spazio reale dagli effetti che esso ha sul pensiero. Uno Hopi supporrà spontaneamente che il suo pensiero si sposti e interagisca con la pianta d'avena a quale sta pensando. Il pensiero a sua volta lascerà delle traccie di se sulla pianta del campo. Se il pensiero è positivo, di crescita e salute, sarà buono per l'avena; se il pensiero è negativo, viceversa."(Language, thought & reality - BL Whorf)

Questo è un primo elemento. Il pensiero come facente parte di una dimensione non puramente interiore, ma collocato nel mondo reale, in stretta e continua interazione con esso; come se la coscienza dell'uomo non fosse che una membrana tra mondo esterno e la propria interiorità. Impossibile non riflettere sulla dimensione che l'azione di pregare acquista in una prospettiva di questo tipo.

Il secondo elemento è questo: il linguaggio Hopi possiede un numero insolitamente alto di verbi utilizzabili senza soggetto. In italiano esistono, ma sono relativamente pochi: ad esempio, piovere. PIOVE, in inglese come in molte lingue di derivazione Indo-Europea, si scrive IT RAINS. Soggetto e verbo. Agente e azione; una netta distinzione, una separazione tipica delle lingue occidentali. Altro esempio: "una luce lampeggiò". In inglese diventa "a light flashed". In entrambi i casi vi è una distinzione tra soggetto e azione, ma nella realtà non v'è distinzione.

L'azione corrisponde al soggetto. Il soggetto non è differenziato dall'azione: la luce e il lampeggiare sono due aspetti del medesimo avvenimento, e la suddivisione è puramente artificiosa, dettata dalla struttura linguistica che la descrive.
"Una luce lampeggiò" in Hopi si esprime con una parola, rehpi. Noi italiani usiamo espressioni simili, quasi sempre legate esclusivamente a fenomeni atmosferici: piove, tuona, annuvola. Nel linguaggio Hopi, esprimere un'identificazione con l'azione sembra più diretto, ed è d'uso in molti più casi. E gli Hopi sono meno strani di quello che sembrano: il Nootka, un linguaggio parlato nell'Isola di Vancouver, pare composto esclusivamente da verbi, come se tutti gli eventi fossero monisticamente riassumibili da una sola classe di parole.

Terzo e ultimo elemento. Il linguaggio Hopi ha un'ultima caratteristica peculiare che lo ha reso piuttosto famoso tra i linguisti: è un linguaggio "senza tempo". Il linguaggio Hopi "[...] riconosce il tempo psicologico, simile alla "durata" di Bergson, ma questo tempo è estremamente diverso dal tempo matematico T utilizzato dai nostri fisici. Tra le proprietà peculiari del tempo Hopi è che esso varia con ciascun osservatore, non permette la simultaneità, e ha zero dimensioni; non può, per esempio, esservi assegnato un numero maggiore di uno. Gli Hopi ad esempio non dicono "Sono rimasto per cinque giorni", ma "Il quinto giorno me ne sono andato". (Language, thought & reality - BL Whorf)

Avevo un delitto - la consapevolezza variabile del tempo - ma avevo trovato una sorta di involontario colpevole - l'azione coincidente con il soggetto. Il linguaggio era al massimo un favoreggiatore, se la sarebbe cavata con la condizionale e la buona condotta.

"E ogni linguaggio è un vasto sistema di percorsi, ognuno differente dall'altro, nel quale sono culturalmente catalogate le modalità e le categorie attraverso i quali la personalità non solo comunica, ma anche analizza la natura, prende nota o ignora le relazioni e i fenomeni, canalizza il suo ragionamento e costruisce il tempio della sua consapevolezza". (Language, thought & reality - BL Whorf)

E non osate mai più sottovalutare Sergio Caputo e la sua Tequila.



N.B. Il termine satori è in questo post usato completamente a sproposito. (: