venerdì, settembre 03, 2004

Senza parole

E' possibile allontanarsi così tanto dalla realtà, perdendosi in un mondo ideale ed idealizzato, da non essere più umani? Perdere ogni sorta d'empatia, la natura stessa dell'essere uomini?

Oggi, osservando ciò di cui qualcuno è capace, mi vien da rispondere: si.

Quelli che.

La religione è l'oppio dei popoli? No, non più.

La generalizzazione è l'oppio dei popoli, qui nel terzo millennio.

martedì, agosto 31, 2004

Faccie



The Big Kahuna è una piccola gemma di cinema contemporaneo, giocato su di una sottile, indefinibile zona di incontro tra commedia e piecè teatrale. La storia, in breve, per qualcuno che non l'avesse visto: tre venditori di una ditta di lubrificanti industriali devono incontrare, nel corso di una convention a Wichita, il presidente di un'importante azienda del ramo. E' lui il Big Kahuna, il pesce grosso, il contatto che rappresenta l'affare di una vita: l'affare che segna per sempre la propria vita professionale, facendole fare un netto e sostanziale salto di livello. Il trio è così composto: Larry (Kevin Spacey), dal comportamento sicuro e dalla parlantina smaliziata e seducente; Phil (Danny De Vito, nel ruolo della sua vita, probabilmente), il navigato esperto in crisi esistenziale, alla ricerca di conferme che non riesce più a trovare nel lavoro; e Bob (Peter Falcinelli), novellino del ramo, ancora pieno di ideali sulla professione, sulla famiglia e sulla religione.

Non mi dilungherò in descrizioni o spoiler sulla trama del film, che consiglio piuttosto di vedere integralmente (se non sbaglio, qualche collana l'ha proposto come DVD in edicola...!); dialoghi e recitazione sono di buon livello, seppur non sempre ottimale.
Il soggetto passa velocemente dal significato del lavoro al significato della religione, per illustrare allo spettatore alcuni dei dubbi che assillano i personaggi - più precisamente Phil - nel momento in cui la frenesia del lavoro rallenta.
Rallenta, o magari perde di significato.

Dubbi che riguardano principalmente una cosa: l'onestà, il carattere, la qualità del modo in cui viviamo, e il senso che diamo a ciò che facciamo. Il carattere è un dono o qualcosa che si può acquisire con l'esperienza? Questa è la grande domanda proposta dal film.

La conclusione è espressa, prima di tutto, in quei primi piani solitari di Danny De Vito: faccie. L'espressione di Danny De Vito in quelle quattro, cinque inquadrature disperse nel corso del film riassume quella che poi è anche la sua conclusione, al termine del film. L'onestà, il carattere, la qualità umana ti nasce dentro con l'esperienza del rammarico, della consapevolezza di ciò che hai perso; nel momento in cui ti guardi indietro, e sai di aver lasciato laggiù tra le occasioni sfumate qualcosa di importante, la disillusione si trasforma in forza. Una forza dolorosa e a tratti malinconica, certo, ma essenziale per far propria una forma di consapevolezza, di sè e del mondo.
Un sapere, nostalgico ma non privo di speranza ("Andrà bene." è la battuta di Phil ripetuta più spesso), tutto nella faccia di un bravo attore.

Il mondo è bello perché è vario

Sbaglio, o ultimamente il 90% degli spazi pubblicitari in TV è devoluto alla promozione delle uscite in edicola più assurde? Ieri sera, durante le 15-16 interruzioni di Ally McBeal, ho visto pubblicizzati:

- Gioca a scacchi con i grandi maestri (almeno quelli non impegnati con Deep Blue...)
- Ventagli da ogni parte del mondo (in caso di austerity, al posto dei condizionatori...)
- Impara a raccogliere i funghi (e sfida l'intossicazione...)
- Crea le tue candele (con le pratiche schede per usi fetish....)
- Colleziona adesso le statuine del tuo Presepe (è cominciata da LUGLIO! Riuscite a immaginare aberrazione più deviante che non pensare al PRESEPE a LUGLIO?)

lunedì, agosto 30, 2004

Autolesionismo for dummies

Volere è dolere.

Chokin' kind

E così, l'altra sera ero lì con me stesso - che caso, passava anche lui di lì - sorseggiando senza convinzione una McFarland in offerta. Ascoltavo la versione di Harlan Howard di Chokin' Kind, e guardavo la famigliola russa che abita sopra casa mia fare preparativi per il trasloco.

Mi è sovvenuto, senza un preciso rapporto consequenziale, che è naturale per un certo genere di persone - e mi ci calo bene, nello stereotipo - giungere alfine a capire che non puoi piacere a tutti, che non sarei mai speciale per tutti. Speciali, non lo siamo tutti? Ma se tutti lo sono è come se non lo fosse nessuno.

Mi è passato per la mente Tyler Durden e la sua teoria sui fiocchi di neve. "Tu non sei un meraviglioso e unico fiocco di neve". Sogghignavo.

Come sempre, la verità sta nel mezzo. Unici e speciali lo siamo tutti, ma solo in relazione a qualcuno o a qualcosa. La qualità non è assoluta, ma relativa ad un rapporto con l'ambiente esterno. Nel rapporto con noi stessi, l'unicità è unica e inequivocabile; talvolta, i suoi eccessi sboccano nella solitudine, talvolta nell'egocentrismo.
A volte, in entrambi.

Da un lato, sono considerazioni che ti danno una disillusa sicurezza: è come perdere una forma di verginità, d'innocenza. Ma non ha forse un retrogusto amaro?

Amaro e intenso come una McFarland fredda in una sera d'estate.

Chissenefrega, mi dissi, senza spazi.

Magari.

Welcome back

Con un fantozziano "E si ricomincia!", stamane la sveglia è tornata dalle due settimane d'oblio per riportarmi alla consueta routine lavorativa. Ferie, come dissi nei post precedenti, indefinite e indefinibili: trascinate da giorni pigri e oziosi, gocciolati uno dopo l'altro con inesorabilità.

Che strana estate. In bilico costante tra decisione e attesa, tra divertimento e noia. L'impressione, nel complesso, è che qualcosa sia sfuggita: cosa, beh, adesso non saprei dirlo.

Potrei scriverne ancora e ancora, ma Daneel ha già detto tutto.