lunedì, ottobre 11, 2004

Tuttò cio che hai perso, o le onde a Santa Catalina




*Sull'ultima pagina ingiallita di quel vecchio romanzo tascabile c'era una dedica, ormai illeggibile*


La luce ambrata dell'alba, a Santa Catalina, è una lenta esplosione che sale dalla terra, dietro la spiaggia. Una fiammata a rallentatore, un sole translucente visto dall'interno. Mentre ti si aprono gli occhi - gonfi per l'ora inusuale, ma anche per la birra della sera prima - tutte le sfumature dal blu all'arancio si riappropiano del cielo notturno; qualcuno, da qualche parte, spegne le stelle, per ora. Lo sfondo terso ti si apre tutto intorno, oltre l'illusione di un orizzonte rettilineo. Un sipario aperto.

*In una notte di tarda estate, tuo fratello continuava ad ascoltare un consumato 33 giri dei Canned Heat di cui non riuscivi a ricordare il titolo*

La brezza che si alza è fredda, più di quello che ti aspetteresti dopo il tepore silenzioso della notte. Ma è uno strano vento di traverso, indiretto, che porta odore di oceano aperto, ed è piacevole che sia solo questo a svegliarti davvero. Ti rialzi, ti stiracchi, ti risiedi. Aspetti un pò, accanto alla tavola. Aspetti che arrivino.

*Quando guidasti da solo per la prima volta , senza neanche più la paura al tuo fianco, ti parve d'essere un gradino più libero*

Il rombo aumenta puntuale come sempre, anche se non è mai uguale a sè stesso. Un sordo tuono ritmico che arriva da distante, da dove nessuno saprebbe dirlo. Non hanno inizio, le onde di Santa Catalina: sono come un rito, come una sorta di ordine morale scritto nell'acqua e nel vento. Le ascolti in silenzio, mentre passi la cera sulla tavola con morbidi movimenti circolari, che hanno anch'essi del rituale - qui dove metterai le mani, qui dove metterai i piedi. O almeno dove credi li metterai. Cadere fa parte dell'imprevisto, l'imprevedibilità fa parte dell'ironia, l'ironia parte del gioco.

*Avresti dovuto scriverlo, quell'indirizzo; quando tornasti, avevano già traslocato, chissà dove*

Ti piace lasciare scivolare per qualche metro la tavola sull'acqua bassa. Pare leggera, quasi insostanziale; e ti piace pensare che sarà quell'insostanzialità a tenerti in piedi. L'acqua ti sveglia i sensi definitivamente. Ti stendi e cominci a nuotare, con bracciate sempre più energiche, mentre con le gambe cerchi di conservare il centro della tavola.
Le prime onde che incontri sono leggere, perchè in qualche modo sei riuscito a partire al momento giusto. Ma per quanto leggere ti danno un ritmo: il ritmo per la bracciata, il ritmo per il bilanciamento sulla tavola, il ritmo per il respiro.
Come se le onde fossero il respiro dell'oceano, un respiro lontano al quale cerchi di sincronizzarti.
Alla prima onda impegnativa, la punta della tavola si alza a guardare il cielo; per un istante, distratto, ti pare di scivolare. Poi si riabbassa veloce, e allora la vedi, a meno di una decina di metri. Una massa di schiuma rombante, troppo vicina. Senza pensarlo, sai che devi passarle sotto: prendi più velocità possibile, per poi afferrare i lati della tavola. Tutto il peso va in avanti, sulla punta della tavola, facendoti infilare all'interno della base curva di quel muro d'acqua.

*La ragazza del treno in partenza aveva gli occhi di due colori diversi, uno verde e uno marrone chiaro; entrambi però luccicavano alla stessa maniera, dietro il finestrino*

Sopra e sotto un'esplosione d'acqua ti avvolge. Adesso il respiro è tutto dentro, aria dentro a dare energia a bracciate subacquee. L'esperienza ti dice, anche lì sotto, che il tempo è poco. E il tempo è veramente poco: quando riemergi e apri gli occhi e la bocca, l'onda seguente è già lì. Maestosa: un tubo d'acqua verde e azzurro e argento, un tuono liquido pronto a spazzarti via. Nessun pensiero guida le tue gambe, ma ti ritrovi inginocchiato sulla tavola: con un colpo di reni porti l'asse del surf parallelo all'onda, fluidamente.

*Tutto...*

Adesso è lì, e sei lì. In questo momento infili la parabolica disegnata dalla geometria marina. In questo momento senti il sapore del sale in bocca, l'aria schiacciata dalla massa d'acqua, il rumore della schiuma che ribolle alle tue spalle. E' il tempo, che si chiude su sè stesso assieme all'onda. E senza un solo istante perso, ci sei dentro.
Come un equilibrista su una corda tesa verso un infinito inesistente, infine ti alzi. In piedi. Istante per istante, modifichi la tua posizione e quella della tavola, come se non ci fosse più reale distinzione tra te, il surf, il vento, l'onda. Per qualche battito di cuore diviene un tutt'uno: l'illusione del tempo e della separazione si dissolve come un miraggio infine raggiunto.

*Tutto ciò che hai perso...*

Dopo, sei di nuovo sulla spiaggia. Cosa c'è stato, prima? Adesso sembra già siano passati anni interi, di vita.
Guardi le onde, fino a dove riesci solo ad immaginarle. Dov'è, adesso, quella che hai cavalcato? La sua forma, il suo colore, il suo rumore, il suo sapore, il suo dinamico mutare, dove sono?

*Tutto ciò che hai perso ti passa attraverso...*

L'onda: nell'aria, nell'acqua, nella tavola, nelle tue gambe, nelle tue braccia, nei tuoi occhi. L'onda non era scomparsa, come qualcuno avrebbe creduto: aveva attraversato il tempo, e continuava a viaggiare verso l'infinito, oltre la spiaggia, oltre Santa Catalina, oltre le azioni e i pensieri degli uomini. Come tutto quello che ti era successo, ti aveva attraversato - e non l'avresti persa mai più.

*Tutto ciò che hai perso ti passa attraverso, e rimane con te per sempre*

E rimani lì, sulla sabbia ormai calda, senza pensare a nient'altro.

3 Comments:

At 12:49 AM, Anonymous Anonimo said...

Penso che questo sia uno dei post più strani e faticosi da leggere.... Però sono arrivata sino alla fine, volevo vedere dove andavi a parare. Non male!

Kidda++

 
At 10:05 AM, Blogger Mr.White said...

(:

 
At 12:26 PM, Anonymous Anonimo said...

Un martedì da leoni ;)

wsim

 

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