mercoledì, ottobre 27, 2004

Il Tempo, il Linguaggio, la Tequila di Caputo e gli Indiani Hopi

Abbiamo consapevolezza del tempo solo se abbiamo consapevolezza di un'azione. Provate a pensare al tempo e al suo fluire senza fare riferimento ad un'azione: impossibile, mi pare. La percezione della dimensione temporale si direbbe pesantemente influenzata dal nostro grado partecipazione all'azione che ne scatena la consapevolezza. Questo spiega la distanza dall'azione che avvertiamo quando - ad esempio - durante una riunione di lavoro ci coglie il classico pensiero del "Ma che ci faccio qui?". Una sorta di estraniazione dal flusso dell'azione, che comporta una similare estraniazione dal senso del tempo. E non mi riferisco alla semplice - e comprensibile - sensazione del "non passa"; l'estraniazione pare legata proprio al significato e al ritmo di movimento del tempo.

Questo pensavo oggi, durante una riunione di lavoro a Padova. Pensavo a questo e al fatto che da stamattina non riuscivo a togliermi dalla testa "Non bevo più Tequila", una canzone di Sergio Caputo di fine anni '80.

La luna piange in cinese nel vicolo
si prende a schiaffi in francese ed è ridicolo
una dentiera gigante mi insegue giù
fin dentro i fari accesi di un'automobile a cucù

Tequila... da quella volta che ho bevuto con te
non bevo più tequila
da quella notte che ho perduto te...


Surreale? Potevo lasciar perdere Caputo - anche se la canzone continuava a ronzarmi nel cranio come una mosca fastidiosa - ma quella strofa sul prendersi a schiaffi in francese mi ha causato uno di quei "momenti-satori" in cui ti viene da schiaffeggiarti la fronte e dire "Ecco, è così, così EVIDENTE!".

Premessa: il mio agire e pensare sono culturalmente condizionati. Nello specifico, il pensiero che ho costruito nel primo paragrafo di questo post è condizionato dal mio linguaggio, l'italiano, il quale a sua volta fa parte dei linguaggi occidentali Indo-Europei. Il mio modo d'esprimermi è condizionato dall'ambiente sociale, culturale e storico nel quale sono cresciuto; ma lo stesso pensiero utilizza come archittettura strutturale il linguaggio che ho ereditato da tale ambiente.

E' possibile "prendere a schiaffi in francese"? L'azione è legata al nostro modo di pensarla, e il nostro modo di pensare è legato al nostro linguaggio.

Ciò che mi ha "satorizzato" è stato un ricordo di un aneddoto riguardante la tribù degli indiani Hopi.

"La dimensione del pensiero per gli Hopi non possiede uno spazio immaginario. Il corollario a ciò è che è impossibile collocare un pensiero riguardante lo spazio reale in una dimensione che non sia quella reale; ed è altrettanto impossibile isolare lo spazio reale dagli effetti che esso ha sul pensiero. Uno Hopi supporrà spontaneamente che il suo pensiero si sposti e interagisca con la pianta d'avena a quale sta pensando. Il pensiero a sua volta lascerà delle traccie di se sulla pianta del campo. Se il pensiero è positivo, di crescita e salute, sarà buono per l'avena; se il pensiero è negativo, viceversa."(Language, thought & reality - BL Whorf)

Questo è un primo elemento. Il pensiero come facente parte di una dimensione non puramente interiore, ma collocato nel mondo reale, in stretta e continua interazione con esso; come se la coscienza dell'uomo non fosse che una membrana tra mondo esterno e la propria interiorità. Impossibile non riflettere sulla dimensione che l'azione di pregare acquista in una prospettiva di questo tipo.

Il secondo elemento è questo: il linguaggio Hopi possiede un numero insolitamente alto di verbi utilizzabili senza soggetto. In italiano esistono, ma sono relativamente pochi: ad esempio, piovere. PIOVE, in inglese come in molte lingue di derivazione Indo-Europea, si scrive IT RAINS. Soggetto e verbo. Agente e azione; una netta distinzione, una separazione tipica delle lingue occidentali. Altro esempio: "una luce lampeggiò". In inglese diventa "a light flashed". In entrambi i casi vi è una distinzione tra soggetto e azione, ma nella realtà non v'è distinzione.

L'azione corrisponde al soggetto. Il soggetto non è differenziato dall'azione: la luce e il lampeggiare sono due aspetti del medesimo avvenimento, e la suddivisione è puramente artificiosa, dettata dalla struttura linguistica che la descrive.
"Una luce lampeggiò" in Hopi si esprime con una parola, rehpi. Noi italiani usiamo espressioni simili, quasi sempre legate esclusivamente a fenomeni atmosferici: piove, tuona, annuvola. Nel linguaggio Hopi, esprimere un'identificazione con l'azione sembra più diretto, ed è d'uso in molti più casi. E gli Hopi sono meno strani di quello che sembrano: il Nootka, un linguaggio parlato nell'Isola di Vancouver, pare composto esclusivamente da verbi, come se tutti gli eventi fossero monisticamente riassumibili da una sola classe di parole.

Terzo e ultimo elemento. Il linguaggio Hopi ha un'ultima caratteristica peculiare che lo ha reso piuttosto famoso tra i linguisti: è un linguaggio "senza tempo". Il linguaggio Hopi "[...] riconosce il tempo psicologico, simile alla "durata" di Bergson, ma questo tempo è estremamente diverso dal tempo matematico T utilizzato dai nostri fisici. Tra le proprietà peculiari del tempo Hopi è che esso varia con ciascun osservatore, non permette la simultaneità, e ha zero dimensioni; non può, per esempio, esservi assegnato un numero maggiore di uno. Gli Hopi ad esempio non dicono "Sono rimasto per cinque giorni", ma "Il quinto giorno me ne sono andato". (Language, thought & reality - BL Whorf)

Avevo un delitto - la consapevolezza variabile del tempo - ma avevo trovato una sorta di involontario colpevole - l'azione coincidente con il soggetto. Il linguaggio era al massimo un favoreggiatore, se la sarebbe cavata con la condizionale e la buona condotta.

"E ogni linguaggio è un vasto sistema di percorsi, ognuno differente dall'altro, nel quale sono culturalmente catalogate le modalità e le categorie attraverso i quali la personalità non solo comunica, ma anche analizza la natura, prende nota o ignora le relazioni e i fenomeni, canalizza il suo ragionamento e costruisce il tempio della sua consapevolezza". (Language, thought & reality - BL Whorf)

E non osate mai più sottovalutare Sergio Caputo e la sua Tequila.



N.B. Il termine satori è in questo post usato completamente a sproposito. (:

6 Comments:

At 12:40 AM, Anonymous Anonimo said...

Ehm... Credo di aver capito quello che vuoi dire (più o meno... non sei proprio chiarissimo, eh!). Però vorrei agiungere una cosa sul discorso "pensare e linguaggio". Dicono che si inizia a padroneggiare sul serio una lingua solo quando si sogna in quella lingua!

kidda++

 
At 12:44 AM, Blogger Mr.White said...

Si, l'ho sentito dire. E' come se il tuo inconscio (dopo che il tuo cosciente si è sobbarcato un mare di grammatica, sintassi e altre futilità) decidesse che è tempo di "provare a pensare" in modo differente...

(;

 
At 12:55 AM, Anonymous Anonimo said...

Fai causa al tuo spacciatore, White, t'ha fregato.

Xylo

 
At 4:01 AM, Blogger giacmc said...

". . . che il suo pensiero . . . interagisca con la pianta . . . ." Nel film What the Bleep Do We Know, con Marlee Matlin (whatthebleep.com), si parla di un libro The Messages in Water, fotos di cristalli d'acqua "influenzata" da emozioni umane, anche da frasi scritte. Fantascienza o quantum fisica?

 
At 9:17 AM, Anonymous Anonimo said...

No no, io non ho fregato nessuno, quella era roba buona veramente...

 
At 10:03 AM, Blogger Mr.White said...

Confermo, buonissima. Tra parentesi, sfatiamo il mito che in acido si dicano per forza cazzate: alcuni esperimenti dimostrano che i ragni sotto gli effetti dell'LSD producono ragnatele geometricamente molto più
precise del solito.

Se dovessi citarvi Jim Morrison & Huxley, comunque, sparatemi pure. :P

 

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