martedì, settembre 07, 2004

Gli occhi di Hedy Lamarr

Fuori - ed era un fuori indefinito e distante, oltre il porto, al largo - la sirena da nebbia di una nave rieccheggiò ovattata e fonda, come il canto di una balena. Francoise si svegliò sudata, con un amaro sapore di ruggine in bocca, intrecciata nelle lenzuola come se avesse combattuto.

Lui non c'era. Se n'era andato; o, forse, non c'era mai stato.

Aveva solo sognato. Solo sognato il calore, solo sognato la vicinanza, solo sognato il tempo. Provò una rabbia affilata contro se stessa, tanto intensa quanto incontrollabile. Nella penombra della stanza, riusciva a malapena ad intuire le forme degli oggetti; la sedia contro il muro, la valigia aperta, l'orologio a pendolo inutilmente immobile. Solo vaghi profili, nel buio.

Non sapeva dire adesso quali fossero i ricordi, quali gli incubi, quali le speranze. Si sorprese a pensare quanto le speranze estinte fossero simili ai bei sogni, quelli che nel pomeriggio non le riusciva di ricordare. Perchè spesso dimentichiamo i sogni più belli?

I suoi occhi, a quel pensiero strano, erano insolitamente simili a quelli di Hedy Lamarr. Qualcosa tra lo stupore e un'innocente malinconia.

Fuori - ed era un fuori indefinito, distante anche stavolta, ma esclusivamente da lei - un piano suonava uno Stravinsky a mozziconi nervosi, delle auto si perdevano per le strade deserte della periferia, qualche gatto gironzolava indolente. E uomini e donne si allontanavano e avvicinavano in danze incomprensibili, in bilico tra fato e scelta. Francoise, poco prima di riaddormentarsi, pensò di essere leggera, leggera e leggera ancora: poco più di una silhouette scura nell'inconscio di qualcuno che l'aveva, una notte, sognata.